sabato
30
agosto
Future – Image Heba Y. Amin, Vincenzo Valente e il sogno dell’Oriente
2 settembre 2025, ore 19.00, Palazzo Risolo, Specchia (Lecce)
Prende il via martedì 2 settembre, alle ore 19.00, negli spazi del Castello Risolo a Specchia
(Lecce), paese d’origine dell’artista Vincenzo Valente (1846 – 1889), il progetto “Future image.
Heba Y. Amin e Vincenzo Valente, il sogno dell’Oriente”, selezionato tra i 29 progetti italiani
nell’ambito dell’avviso pubblico PAC2025 – PIANO PER L’ARTE CONTEMPORANEA,
promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Il progetto, promosso dal MUSEO CASTROMEDIANO, si realizza in collaborazione con KORA
Centro del Contemporaneo e RAMDOM e si fonda sul dialogo tra l’artista egiziana Heba Y.
Amin - una delle massime esperte di temi legati alla ricerca e alla rielaborazione in chiave critica
e non europea del tema dell’Orientalismo - e le opere del pittore salentino Vincenzo Valente
che, nella seconda metà dell’800, lasciò la terra natìa per spostarsi in Egitto, vivendo tra
Alessandria e il Cairo.
Attraverso un periodo di residenza e ricerca al Castromediano, grazie alla disponibilità degli
eredi, Heba Y. Amin potrà studiare da vicino la produzione pittorica di Vincenzo Valente,
realizzando un saggio in forma di film e una serie di artefatti tecnologici - foto digitali e oggetti
stampati in 3D - in cui, a partire dalla figura dell’artista italiano e della sua opera pittorica,
verranno sollevati temi rilevanti e attuali sulla questione dell’orientalismo e la sua relazione con
la dimensione tecnologica.
Nella serata di presentazione del progetto intervengono: Anna Laura Remigi, sindaca di
Specchi; Viviana Matrangola, assessora alla cultura della Regione Puglia; Luigi De Luca,
direttore del Museo Castromediano; Paolo Mele di Kora Centro del Contemporaneo; Brizia
Minerva, storica del Museo Castromediano; Giuseppe Valente, erede dell’artista.
L’Orientalismo e la particolarità di Vincenzo Valente
L'Orientalismo si è sempre preoccupato di “esoticizzare” la cultura “dell’altro” sotto il dominio
coloniale. I principali soggetti che vanno sotto la definizione di “orientalismo” sono i personaggi
prodotti dalla fantasia europea, immagini che hanno contribuito a giustificare l'imposizione del
dominio coloniale come una missione benevola. A causa dell'inaccessibilità del soggetto
femminile nordafricano, ad esempio, gli artisti europei inventarono un ideale romantico delle
donne native per adattarlo alle loro proiezioni ideali. Le immagini prodotte, anche attraverso la
fotografia e la messa in scena della pittura orientalista, divennero uno strumento di propaganda
per il progetto coloniale.
Diversa l’opera di Vincenzo Valente che riflette e restituisce un'esperienza vissuta capace di
andare oltre il mero esotismo, con i suoi dipinti egli non si limitava a creare un'immagine
"ultraterrestre" dell'Oriente, ma puntava a fermare le sottigliezze della vita quotidiana rendendo
allo sguardo l’unicità, la bellezza e la profonda umanità dei luoghi e delle persone che li
abitavano e vivevano.
I motivi della ricerca di Heba Y. Amin
Cosa significa quando un pittore orientalista si inserisce in una società e non la osserva più a
distanza? Cosa ne è dello sguardo e come si esprime in modo diverso l'atto del vedere?
Queste le domande che Heba Y. Amin si pone con la sua ricerca, interessata a come
l'Orientalismo, sia come "stile" che come periodo artistico insegnato per gran parte del XIX
secolo in Europa, abbia influenzato i modi di vedere contemporanei e quelli futuri. Lo stesso
Valente fu esposto e influenzato da questo stile durante i suoi studi a Napoli, motore di una
spinta a trovare, con la scelta di trasferirsi in Egitto, una suo particolare punto di vista e di
elaborazione artistica della sua personale esperienza di uomo e di artista.
Altro elemento di interesse è quello dell'immagine tecnologica come estensione dello sguardo
orientalista. Cosa succede a un popolo che non ha alcun potere di autorappresentarsi, la cui
assenza di autodeterminazione coincide con il momento critico in cui fu introdotta la produzione
di immagini fotografiche? La fotografia, in particolare, ha svolto un ruolo cruciale nella
formazione della conoscenza: le foto, infatti, continuavano a circolare e a plasmare la
percezione europea degli altri attraverso la lente orientalista. Le autorità coloniali utilizzarono
inoltre la fotografia per creare carte d'identità, registri di sorveglianza e dati antropometrici che
facilitavano la gestione e il controllo delle popolazioni indigene. Queste pratiche fotografiche
servirono a disumanizzare e oggettificare i popoli colonizzati, riducendoli a meri soggetti di
indagine scientifica e controllo amministrativo.
Ancora oggi, constatiamo che i pregiudizi e le dinamiche di potere insiti nelle prime
rappresentazioni fotografiche continuano a plasmare la cultura visiva. Non solo la percezione
globale del cosiddetto Oriente è stata plasmata dall'Occidente per secoli, ma gli stessi sistemi
categoriali utilizzati in passato per classificare e stereotipare i popoli emarginati vengono ora
codificati negli algoritmi dell'Intelligenza Artificiale, perpetuando e amplificando i pregiudizi
esistenti nelle tecnologie e nelle piattaforme di nostro uso quotidiano. È attraverso questa
prospettiva che Heba Amin esplorerà l'opera di Vincenzo Valente riflettendo sui processi
coloniali di produzione di immagini e sulle loro eredità dando vita a strategie tese a
comprenderne la violenza della rappresentazione .
Heba Amin darà quindi vita a un’opera che intende riflettere sui processi coloniali di produzione
di immagini e sulle loro eredità dando vita a strategie tese a comprendere la violenza della
rappresentazione coloniale attraverso l'estrazione di dati dalle immagini.
Nota su Heba Y. Amin
L'artista Heba Y. Amin è nata nel 1980 al Cairo, la sua ricerca affronta temi politici
approfondendo e raccontando storie, frutto d’indagini d’archivio, attraverso il linguaggio
multimediale con film, fotografie, performance e installazioni. La sua ricerca artistica adotta un
approccio speculativo, spesso satirico, per mettere in discussione narrazioni di “conquista” e
“controllo”. Amin è Professoressa di Arte Digitale presso l’Accademia Statale di Belle Arti di
Stoccarda, co-fondatrice del collettivo “Black Athena”, curatrice delle arti visive per la rivista
“MIZNA” e attualmente membro del comitato editoriale del “Journal of Digital War”.
Ha ricevuto il Premio Hans-Molfenter 2025, Premio della Città di Stoccarda (Germania); il
Premio per l’arte della città di Nordhorn 2022 (Germania); il Premio Sussmann 2020 per artisti
impegnati negli ideali della democrazia e dell’antifascismo (Austria) e la Field of Vision
Fellowship 2019 (New York). Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre, tra cui: “The
Mosaic Rooms”, Londra (2021), “Eye Film Museum”, Amsterdam (2020), Museo “Quai Branly”,
Parigi (2020), Museo “MAXXI”, Roma (2018), Biennale di Liverpool (2021), 10ª Biennale di
Berlino (2018), 15ª Biennale di Istanbul (2017) e 12ª Biennale Dak’Art (2016), solo per citarne
alcune. La sua pubblicazione “Heba Y. Amin: The General’s Stork” (a cura di Anthony Downey)
è stata edita da Sternberg Press nel 2020. Le sue opere e interventi sono stati trattati da testate
come “The New York Times”, “The Guardian”, “The Intercept” e BBC, tra gli altri.
Nota su Vincenzo Valente
Vincenzo Valente nasce a Specchia nel 1845; apprende le prime nozioni artistiche dal pittore
Giuseppe Buttazzo. La assegnazione di un sussidio nel 1865, 1867 e 1868, da parte della
Deputazione Provinciale di Terra d’Otranto, attesta che in questo periodo Valente studia
pittura a Napoli presso il Reale Istituto di Belle Arti; nel capoluogo partenopeo frequenta anche
gli ambienti della Scuola di Resina. Nel novembre del 1869 è in Egitto all’inaugurazione del
Canale di Suez, dove per l’occasione realizza un dipinto per il chedivè Ismail Pascià. La
fascinazione per l’Oriente è probabile conseguenza degli insegnamenti ricevuti nell’Istituto
napoletano da Domenico Morelli, il quale tra i suoi interessi pittorici annovera anche il filone
orientalista.
In Egitto vive tra Alessandria d’Egitto ed Il Cairo, dove apre un atelier e si fa apprezzare con
lavori ispirati dai luoghi esotici in cui si muove. Appassionato di Opera nel 1871 realizza Gli
animali cantanti del teatro dell’opera, un serie di caricature raffiguranti il direttore e gli artisti
impegnati per la prima dell’Aida, commissionata a Verdi dal chedivè per inaugurare il nuovo
teatro dell’opera del Cairo. Nella città egiziana sposa Josephine Garnier, dalla quale avrà un
figlio: Giuseppe, cresciuto con i nonni paterni a Specchia. Valente trascorre anche dei periodi in
Francia, ma al termine della relazione matrimoniale si stabilisce definitivamente in Egitto.
Contratta una grave malattia epatica decide di rientrare in Italia fidando in cure adeguate; la
sua speranza risulta vana poiché muore a Napoli nel 1889.